C’è un paradosso tutto italiano che si consuma ogni estate tra i campi di Foggia e le pianure di Piacenza. L’Italia è il secondo produttore mondiale di pomodoro da industria e il primo esportatore assoluto di derivati finiti: passate, pelati, polpe che riempiono gli scaffali di mezzo mondo. Eppure, questa eccellenza fondata sulla qualità, sulla tracciabilità e su un saper fare secolare rischia costantemente lo strangolamento economico. Il motivo risiede principalmente nel sistema di mercato globale che tratta l’oro rosso come una merce qualsiasi, una commodity, e una grande distribuzione che impone regole del gioco al massacro attraverso aste elettroniche e gare al ribasso dell’ultimo minuto.
Per capire come uscirne, bisogna alzare lo sguardo sulla mappa geopolitica dell’agroalimentare. Nel resto del mondo, colossi come gli Stati Uniti – guidati dalla super-meccanizzata California – e la Cina dominano i mercati globali puntando sui volumi oceanici e sul prezzo stracciato, vendendo tonnellate di concentrato grezzo in fusti. È la logica della commodity pura, dove un pomodoro vale l’altro e vince chi comprime di più i costi. L’Italia non può e non deve giocare a questo gioco: la nostra filiera si regge su costi di produzione europei, su severe tutele del lavoro, sulla sfida della crisi climatica e su un prodotto premium che il consumatore globale desidera proprio perché “made in Italy”. Quando, però, le centrali d’acquisto internazionali e i discount telematici mettono le nostre industrie conserviere l’una contro l’altra a fine giugno – quando i giochi sono fatti e i magazzini sono già pieni di imballaggi acquistati al buio – la qualità italiana viene svilita a colpi di centesimi persi davanti a un monitor.
La soluzione non può più essere un semplice bollino o un appello alla buona volontà che, in queste trattative “digitali” non ampio spazio. Per difendere il valore del pomodoro italiano si deve introdurre una vera e propria rivoluzione strutturale, fondendo le migliori esperienze internazionali: il modello cooperativo sudamericano e la contrattazione collettiva nordamericana.
Il primo passo è il salto di mentalità industriale: l’agricoltore, oltre a produrre migliorando costantemente la qualità, deve diventare azionista. Prendendo a esempio il di una mega-cooperativa brasiliana capace di trattare da pari a pari con i trader globali, l’Italia deve favorire la nascita di grandi soggetti agroindustriali in cui le Organizzazioni di Produttori (OP) detengano la proprietà e le quote azionarie degli stabilimenti di trasformazione. Se chi coltiva la terra è anche il proprietario della fabbrica che inscatola la passata, il profitto industriale torna direttamente al campo, azzerando i conflitti interni alla filiera.
Ma per fare massa critica contro i giganti del retail europeo, questo modello deve superare due limiti italiano: la frammentazione e il campanilismo. Lo Stato può impiegare i Contratti di Filiera e, attraverso finanziamenti pubblici strategici e mirati, le istituzioni dovrebbero incentivare l’accorpamento e la sinergia dei due polmoni del settore, il Distretto del Nord e il Bacino del Centro-Sud. Tutti i produttori-azionisti uniti in questi contratti dovrebbero delegare, in modo esclusivo, la commercializzazione della merce a un unico, invalicabile braccio commerciale comune. Una centrale di vendita nazionale che controlli una quota di mercato tale da poter dire ai colossi della distribuzione: “Questo è il pomodoro italiano, e questo è il suo valore”.
Infine, per togliere alle catene di supermercati il potere del ricatto a campagna avviata, serve una svolta sul modello della California: l’istituzione di una “Borsa del pomodoro” da tenersi rigorosamente a maggio, prima della raccolta. Questo tavolo interprofessionale deve fissare, per legge, una quotazione unica e un prezzo minimo garantito, calcolato sui costi reali di produzione e trasformazione. La vera novità normativa dovrebbe essere l’estensione di questo vincolo: il prezzo della Borsa di maggio deve diventare il limite minimo legale anche per gli acquirenti esterni. Nessuna centrale d’acquisto europea, nessun discount potrà più presentarsi a stagione inoltrata pretendendo sconti del 25% con la minaccia di escludere le nostre aziende dai mercati.

Solo blindando il prezzo prima della semina e presentandosi compatti sotto un’unica regia commerciale, il pomodoro italiano potrà sganciarsi dalle sabbie mobili delle commodity low-cost. Proteggere la filiera significa proteggere la sostenibilità della terra, il salario dei lavoratori e l’autentico valore del Made in Italy. La terra è pronta, l’industria anche; ora spetta alla politica e alla cooperazione fare l’ultimo, decisivo passo.