Oltre la patrimoniale

Il dibattito politico italiano, per sopperire al bilancio pubblico che arranca, è ciclicamente incentrato quando si parla, ad esempio, di sanità o scuola, sull’introduzione della “tassa patrimoniale” che genera tensioni politiche, alimenta la fuga di capitali e spaventa i mercati. Eppure, la soluzione al fabbisogno infrastrutturale del Paese potrebbe non risiedere in un prelievo forzoso, bensì in una scelta volontaria.

La chiave di lettura potrebbe orientarsi verso un dato, evocato recentemente anche dal ministro Tajani, che riguarda 2.000 miliardi di euro, una montagna di liquidità “dormiente” che i cittadini italiani scelgono di lasciare congelata sui conti correnti, erosa progressivamente dall’inflazione e frenata dalla sfiducia o dalla mancanza di alternative sicure.

E se quella liquidità venisse mobilitata non come una tassa ma come un investimento a beneficio della collettività?

La proposta prevederebbe l’emissione, da parte del Ministero dell’Economia, di una nuova categoria di titoli di Stato: i Buoni di Cittadinanza di Scopo (BCS). A differenza dei tradizionali BTP, che finanziano genericamente il debito pubblico complessivo, questi strumenti nascono con un vincolo di destinazione rigido, diviso su due canali paralleli. Il prima è la micro-finanza di vicinato per i piccoli risparmiatori, il secondo, per i grandi patrimoni, riguarderebbe le macro-infrastrutture nazionali.

Il primo canale si rivolge alla “gente comune”, con un taglio minimo accessibile a tutti, da 100 euro fino a un massimo di 20.000 euro). Attraverso una piattaforma digitale centralizzata, integrata direttamente nell’App IO, ogni cittadino potrà inserire il proprio codice postale e consultare un “catalogo blindato” di urgenze deliberate dal proprio Comune o dalla ASL di riferimento. Si potrà scegliere di finanziare direttamente la ristrutturazione della scuola elementare del quartiere, l’acquisto di una nuova ambulanza o l’efficientamento energetico della palestra comunale. Per questa platea di piccoli investitori, lo Stato garantirebbe un rendimento fisso del 3% lordo annuo.

Il secondo canale è, invece, disegnato su misura per i grandi patrimoni, i fondi pensione e le fondazioni bancarie, con un taglio minimo di 500.000 euro. In questo caso i capitali verrebbero convogliati sulle grandi priorità nazionali: la digitalizzazione della sanità pubblica, la bonifica delle reti idriche regionali o la messa in sicurezza sismica degli istituti superiori. Il rendimento previsto per i grandi capitali potrebbe essere del 2% lordo annuo, compensato da un ritorno in termini di reputazione e bilanci di sostenibilità (ESG).

La vera novità della proposta risiede nell’azzeramento totale del rischio per l’investitore. Chi mette il proprio denaro, infatti, non assumerebbe il rischio d’impresa della ditta che vince l’appalto o della cooperativa che gestirà il servizio. Il debitore resta, a tutti gli effetti, lo Stato italiano. Se un cantiere dovesse bloccarsi per intoppi burocratici o ricorsi al TAR, il capitale e l’interesse del cittadino rimarrebbero intatti e garantiti al 100% dal Ministero dell’Economia. La gestione operativa dell’opera verrebbe affidata a terzi secondo standard pubblici rigidissimi, e gli utili derivanti dai servizi accessori (es. i parcheggi degli ospedali o i bar delle strutture sportive) verranno incamerati dallo Stato per auto-finanziare il pagamento delle cedole.

Per rendere l’operazione più attraente rispetto ai conti correnti che offrono interessi prossimi allo zero, lo Stato applicherebbe una defiscalizzazione totale (aliquota allo 0%) sui rendimenti di questi titoli, contro il 12,5% dei BTP tradizionali e il 26% delle rendite finanziarie standard. Un 2% o un 3% lordo diventerebbero, così, un 2% o un 3% netto reale nelle tasche delle famiglie.

I vantaggi di una simile riforma sarebbero strutturali. Oltre a evitare lo scontro sociale legato ad una patrimoniale, l’iniziativa consentirebbe all’Italia di “nazionalizzare” una quota del proprio debito. Sostituendo i grandi fondi speculativi esteri con i risparmiatori italiani, il Paese diventerebbe immune alle oscillazioni dello spread e ai ricatti dei mercati internazionali. Inoltre, il piano innescherebbe un profondo cambio culturale: il cittadino smetterebbe di percepire le tasse e lo Stato come entità nemiche e distanti, diventando custode in prima persona del parco, della scuola o dell’ospedale in cui ha scelto di investire i risparmi di una vita.

La liquidità per modernizzare l’Italia, almeno in parte, c’è già ed è custodita nelle nostre banche. Resta da capire se la politica avrà il coraggio laico di passare dalla logica del prelievo coatto a quella del coinvolgimento civile.